LA SFIDA

 

Sì, è proprio così, m’è apparsa all’improvviso

col suo meraviglioso sorriso

ed immediatamente m’ha portato in paradiso …

 

Ha un potere straordinario,

 poiché nessuna è capace,

come Lei,

d’allietarmi il tempo

riportandomi nel presente …

da dove, evidentemente,

m’ero allontanato ingenua-mente …

 

Lo fa … semplice-mente, inconscia-mente,

insinuando dentro di ME nuove speranze,

tra cui quella di tornare a provare

quelle “antiche forme di piacere

che avevo accantonato assurda-mente …

per soddisfare l’insaziabile mente …

 

Amare una creatura immortale

come fosse mortale?

Certo, accetto la sfida,

dopotutto, essendone profondamente innamorato,

non ci vedo niente di male,

e poi, se Lei è qui è perché il mio richiamo

ha evidentemente ascoltato …

 

Un dono stupendo,

il più grande che dal cielo abbia mai ricevuto,

perciò Ti ringrazio e ti prometto che,

così come immensamente l’Amo,

per sempre l’Amerò …

 

 

E se poi questa fosse solo un’esca

che il Sé ha gettato al mio piccolo “io” …

beh, non fa niente, non è poi così importante,

lui sarebbe comunque felice

d’aver ingenua-mente abboccato …

poiché nulla regala una gioia maggiore,

di un nuovo, Grande, Amore

che arriva dopo essere stato tanto desiderato …

 

 

L’OMBRA

… <<Il pensiero di Agostino è stato interpretato in vario modo nel tempo. Quando Lutero (che era per altro monaco agostiniano) e Calvino ruppero con la chiesa di Roma, lo fecero anche nel nome del santo. A due ulteriori e contrastanti ricadute della dottrina agostiniana si può sommariamente accennare. Una la si intravede, per opposizione, nella filosofia illuminista e più ancora nel positivismo. Puntando sulla perfettibilità della natura umana, sull’ideale di un continuo progresso, queste correnti di pensiero non poterono che rifiutare il cupo pessimismo agostiniano. L’altra  la scorgiamo in controluce nella scoperta fatta da Freud di un’oscura zona della personalità (da qualcuno chiamata ombra) che s’annida nel fondo del nostro animo, sottratta al controllo consapevole e che il medico viennese battezzò “inconscio”. Forse Agostino è stato il primo a intravedere il torbido magma che s’annida nel cuore di ogni essere umano (che per convinzione o tradizione rifiuta l’altra metà di sé …). Che lui l’abbia chiamato “peccato” e Freud “inconscio” cambia di poco la sostanza (poiché sempre si allude, probabilmente, al rifiuto di fare quella meravigliosa esperienza, tanto reclamata dalla nostra Essenza ed altrettanto ostacolata dalla mente …)

(Fonte: Corrado Augias, Remo Cacitti, “Inchiesta sul cristianesimo”. © 2008 Mondadori, I ed. I miti sett. 2009 pag. 305-306, stralcio)

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CITTÀ

DAL PENSIERO DI SANT’AGOSTINO:

… <<Dagli abissi del “male” poteva essere salvata solo una ristretta comunità di “eletti” selezionati per “grazia divina poiché la natura umana è soggetta alla corruzione e la stessa chiesa è fatta sia di santi sia di peccatori. Si affaccia in quest’ultima concezione l’idea che sarà al centro della sua opera forse più famosa: “La città di Dio”, cioè la comunità degli eletti che, “alla fine di tutti i tempi”, saranno chiamati dal Padre.>> …

(Estratto da: Corrado Augias, Remo Cacitti, “Inchiesta sul cristianesimo”. © 2008 Mondadori, I ed. I miti sett. 2009 pag. 305)

 

Ma dico IO … come potrebbe quel dio …

che la chiesa chiama “padre misericordioso”

non lasciare una speranza agli altri suoi figli che,

pur sapendo d’aver sbagliato,

sentono, interiormente, di potersi redimere

facendo emergere la Vera Essenza?

 

Stiamo qui accennando chiaramente all’Amore

che, come una pura sorgente,

improvvisamente sgorga dal profondo del cuore …

( … anima, coscienza … )

 

Cosa che accadrebbe, naturalmente,

se si scegliesse di manifestare apertamente

quel magnifico sentimento, capace, in un sol momento,

di mettere da parte il risentimento, l’odio ed il rancore …

 

Ne ho parlato a lungo, riempiendo le mie ore,

quindi, sicura-mente, ciò non crea più stupore …

eppure non posso non tornare in argomento

quando è così evidente lo sgomento …

di chi, dopo essersi risvegliato,

confuso da ciò in cui aveva a lungo creduto,

è stato capace d’immaginare due distinte città …

una popolata dagli angeli e l’altra da strana gente …

che ancora, probabilmente,

non è riuscita ad andare oltre l’egoità

TRANSUMANZA

È stato dopo aver visto in TV

un interessante documentario

che ho appreso ciò che poi ho deciso

di riportare su questo diario

 

Riguardo alla migrazione del gregge

alla ricerca di pascoli più verdi

ove poter sfamare le docili pecorelle,

i pastori hanno accennato

a due tipi di transumanza:

 

quella verticale,

che dalla pianura sale per poi ridiscendere

prima dell’inizio della stagione autunnale,

quando c’è bisogno dell’ombrello …

 

e quella orizzontale,

il cui movimento

avviene sempre sullo stesso livello,

solitamente quando il tempo è bello …

 

La seconda mi ha fatto subito pensare alla religione,

dove i piccoli adattamenti della dottrina

si adeguano, semplice-mente, alla volontà delle persone,

al solo fine di assecondare in costoro

la speranza della discesa dal cielo

di chi le “dovrà” salvare …

senza così dover affrontare l’astioso discorso

sull’arduo e scosceso cammino

che affronta chi si confronta

con l’illusoria ricerca del divino …

 

GIORNO E NOTTE

Come il cibo e la sessualità

il sonno è una necessità per tutta l’umanità …

 

Qualcosa che accade naturalmente,

che non deve, perciò, essere studiato e controllato dalla mente …

quando la sfavillante luce del giorno

lascia il posto alla notte con la sua affascinate oscurità,

improvvisamente, ognuno di noi entra nell’onirica realtà …

 

Ma la paura del buio, l’abitudine all’eccessiva attività,

o la difficoltà a lasciarsi andare all’ignoto mondo dei sogni

che pure appare reale per la sua intensità,

possono portare coloro i quali soffrono d’insonnia

ad insormontabili difficoltà …

 

All’opposto c’è invece chi,

rifiutando le responsabilità del vivere in comunità,

preferirebbe restare nel mondo dell’inconscio

per non dover affrontare la dura realtà …

 

 

COSCIENZA DIURNA E NOTTURNA

… <<Sogno e veglia, coscienza notturna e diurna sono polarità  e si compensano reciprocamente. Nell’analogia, al giorno ed alla luce corrispondono la veglia, la vita, l’attività; e alla notte il buio, il riposo, l’inconscio e la morte. Conformemente a questa analogia archetipa, la voce popolare definisce il sonno come il fratello minore della morte. Ogni volta che ci addormentiamo ci esercitiamo a morire. Addormentarsi presuppone allentamento da ogni controllo, da ogni intenzione, da ogni attività, richiede da noi disponibilità e fiducia, capacità di abbandonarsi a ciò che è sconosciuto. Non è possibile addormentarsi attraverso la costrizione, l’autocontrollo, la volontà e lo sforzo. Tutto ciò che il sonno (e la morte) esigono da noi, non rientra nelle abilità dell’uomo. Noi tutti siamo troppo dediti al polo dell’attività, siamo troppo orgogliosi di quello che facciamo, troppo dipendenti dal nostro intelletto e dal nostro diffidente controllo, per usare abitualmente la fiducia, il rilassamento, la disponibilità. Non deve quindi stupire che l’insonnia sia, insieme al mal di testa, uno dei disturbi più frequenti della nostra civiltà. A causa della propria unilateralità, la nostra cultura ha delle difficoltà con tutti i campi polari opposti. Abbiamo paura del sentimento, dell’irrazionale, dell’ombra (gli aspetti repressi della nostra personalità: temuti, accantonati e nascosti a noi stessi; che possiamo però osservare consapevolmente attraverso gli specchi umani, cioè le situazioni relazionali che si ripetono fino all’integrazione), dell’inconscio, del male, del buio e della morte. Ci teniamo spasmodicamente aggrappati al nostro intelletto ed alla nostra coscienza diurna, con cui crediamo di poter vedere tutto. Se poi arriva il comando di “abbandonarsi”, emerge la paura, perché ci pare una richiesta troppo grande. E tuttavia desideriamo il sonno e sentiamo che è necessario. Così come la notte fa parte del giorno, anche l’ombra fa parte di noi e la morte fa parte della vita. Il sonno ci porta quotidianamente a questa soglia tra aldiqua e aldilà, ci conduce nelle zone d’ombra e notturne della nostra anima, ci fa vivere nel sogno quello che non abbiamo avuto il coraggio di vivere durante la veglia e ci rimette di nuovo in equilibrio. Ne consegue che chi soffre d’insonnia – o meglio di difficoltà ad addormentarsi – ha difficoltà e paura di lasciare il proprio controllo consapevole e di affidarsi al proprio inconscio. L’uomo di oggi difficilmente fa una cesura tra giorno e notte, ma porta con sé, nel regno del sonno, i propri pensieri e la propria attività. Noi prolunghiamo il giorno nella notte – allo stesso modo in cui vogliamo analizzare coi metodi della coscienza diurna anche il lato notturno della nostra anima. Manca la cesura come consapevole ribaltamento e cambiamento. L’insonne dovrebbe prima di tutto imparare a concludere consapevolmente il giorno per abbandonarsi completamente alla notte ed alle sue leggi. Certi vecchi trucchi, come quello di contare le pecore, devono il loro successo al fatto che consentono l’abbandono dell’intelletto. Ogni monotonia annoia l’emisfero sinistro (quello “maschile” del raziocinio) e l’induce ad abbandonare il suo predominio. Tutte le tecniche di meditazione utilizzano questa regola: la concentrazione su un punto o sul respiro, la ripetizione di un mantra, portano ad un passaggio dall’attività dell’emisfero sinistro a quella del destro (femminile), dal lato diurno a quello notturno, dall’attività alla passività. Anche in questo caso il sintomo rende onesti: tutti gli insonni hanno paura della notte. Un eccessivo bisogno di dormire indica, invece, una problematica opposta. Chi, sebbene abbia dormito a sufficienza, ha difficoltà a svegliarsi e ad alzarsi, dovrebbe prendere atto della propria paura ad affrontare il giorno, l’attività e i doveri quotidiani. Svegliarsi e cominciare una nuova giornata significa diventare attivi, agire ed assumersi delle responsabilità. Chi ha difficoltà ad entrare nella coscienza diurna, si rifugia in mondi di sogno e nell’inconsapevolezza dell’infanzia e vuole liberarsi dalle esigenze e dalle responsabilità della vita. Il tema si chiama in questi casi: fuga nell’inconscio. Come l’addormentarsi è in rapporto con la morte, lo svegliarsi è una piccola nascita. Nascere e prendere coscienza possono suscitare paura al pari della notte e della morte. Il problema è sempre quello dell’unilateralità – la soluzione è al centro, nell’equilibrio, nel sia-sia. Soltanto qui (oltre la dualità) si capisce che nascita e morte sono la medesima realtà.>>

 (Fonte: Thorwald Dethlefsen e Rudiger Dahlke, “Malattia e destino”. © 1986 Ed Mediterranee, pag. 250-253, stralcio)