GIORNO E NOTTE

Come il cibo e la sessualità

il sonno è una necessità per tutta l’umanità …

 

Qualcosa che accade naturalmente,

che non deve, perciò, essere studiato e controllato dalla mente …

quando la sfavillante luce del giorno

lascia il posto alla notte con la sua affascinate oscurità,

improvvisamente, ognuno di noi entra nell’onirica realtà …

 

Ma la paura del buio, l’abitudine all’eccessiva attività,

o la difficoltà a lasciarsi andare all’ignoto mondo dei sogni

che pure appare reale per la sua intensità,

possono portare coloro i quali soffrono d’insonnia

ad insormontabili difficoltà …

 

All’opposto c’è invece chi,

rifiutando le responsabilità del vivere in comunità,

preferirebbe restare nel mondo dell’inconscio

per non dover affrontare la dura realtà …

 

 

COSCIENZA DIURNA E NOTTURNA

… <<Sogno e veglia, coscienza notturna e diurna sono polarità  e si compensano reciprocamente. Nell’analogia, al giorno ed alla luce corrispondono la veglia, la vita, l’attività; e alla notte il buio, il riposo, l’inconscio e la morte. Conformemente a questa analogia archetipa, la voce popolare definisce il sonno come il fratello minore della morte. Ogni volta che ci addormentiamo ci esercitiamo a morire. Addormentarsi presuppone allentamento da ogni controllo, da ogni intenzione, da ogni attività, richiede da noi disponibilità e fiducia, capacità di abbandonarsi a ciò che è sconosciuto. Non è possibile addormentarsi attraverso la costrizione, l’autocontrollo, la volontà e lo sforzo. Tutto ciò che il sonno (e la morte) esigono da noi, non rientra nelle abilità dell’uomo. Noi tutti siamo troppo dediti al polo dell’attività, siamo troppo orgogliosi di quello che facciamo, troppo dipendenti dal nostro intelletto e dal nostro diffidente controllo, per usare abitualmente la fiducia, il rilassamento, la disponibilità. Non deve quindi stupire che l’insonnia sia, insieme al mal di testa, uno dei disturbi più frequenti della nostra civiltà. A causa della propria unilateralità, la nostra cultura ha delle difficoltà con tutti i campi polari opposti. Abbiamo paura del sentimento, dell’irrazionale, dell’ombra (gli aspetti repressi della nostra personalità: temuti, accantonati e nascosti a noi stessi; che possiamo però osservare consapevolmente attraverso gli specchi umani, cioè le situazioni relazionali che si ripetono fino all’integrazione), dell’inconscio, del male, del buio e della morte. Ci teniamo spasmodicamente aggrappati al nostro intelletto ed alla nostra coscienza diurna, con cui crediamo di poter vedere tutto. Se poi arriva il comando di “abbandonarsi”, emerge la paura, perché ci pare una richiesta troppo grande. E tuttavia desideriamo il sonno e sentiamo che è necessario. Così come la notte fa parte del giorno, anche l’ombra fa parte di noi e la morte fa parte della vita. Il sonno ci porta quotidianamente a questa soglia tra aldiqua e aldilà, ci conduce nelle zone d’ombra e notturne della nostra anima, ci fa vivere nel sogno quello che non abbiamo avuto il coraggio di vivere durante la veglia e ci rimette di nuovo in equilibrio. Ne consegue che chi soffre d’insonnia – o meglio di difficoltà ad addormentarsi – ha difficoltà e paura di lasciare il proprio controllo consapevole e di affidarsi al proprio inconscio. L’uomo di oggi difficilmente fa una cesura tra giorno e notte, ma porta con sé, nel regno del sonno, i propri pensieri e la propria attività. Noi prolunghiamo il giorno nella notte – allo stesso modo in cui vogliamo analizzare coi metodi della coscienza diurna anche il lato notturno della nostra anima. Manca la cesura come consapevole ribaltamento e cambiamento. L’insonne dovrebbe prima di tutto imparare a concludere consapevolmente il giorno per abbandonarsi completamente alla notte ed alle sue leggi. Certi vecchi trucchi, come quello di contare le pecore, devono il loro successo al fatto che consentono l’abbandono dell’intelletto. Ogni monotonia annoia l’emisfero sinistro (quello “maschile” del raziocinio) e l’induce ad abbandonare il suo predominio. Tutte le tecniche di meditazione utilizzano questa regola: la concentrazione su un punto o sul respiro, la ripetizione di un mantra, portano ad un passaggio dall’attività dell’emisfero sinistro a quella del destro (femminile), dal lato diurno a quello notturno, dall’attività alla passività. Anche in questo caso il sintomo rende onesti: tutti gli insonni hanno paura della notte. Un eccessivo bisogno di dormire indica, invece, una problematica opposta. Chi, sebbene abbia dormito a sufficienza, ha difficoltà a svegliarsi e ad alzarsi, dovrebbe prendere atto della propria paura ad affrontare il giorno, l’attività e i doveri quotidiani. Svegliarsi e cominciare una nuova giornata significa diventare attivi, agire ed assumersi delle responsabilità. Chi ha difficoltà ad entrare nella coscienza diurna, si rifugia in mondi di sogno e nell’inconsapevolezza dell’infanzia e vuole liberarsi dalle esigenze e dalle responsabilità della vita. Il tema si chiama in questi casi: fuga nell’inconscio. Come l’addormentarsi è in rapporto con la morte, lo svegliarsi è una piccola nascita. Nascere e prendere coscienza possono suscitare paura al pari della notte e della morte. Il problema è sempre quello dell’unilateralità – la soluzione è al centro, nell’equilibrio, nel sia-sia. Soltanto qui (oltre la dualità) si capisce che nascita e morte sono la medesima realtà.>>

 (Fonte: Thorwald Dethlefsen e Rudiger Dahlke, “Malattia e destino”. © 1986 Ed Mediterranee, pag. 250-253, stralcio)

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